mercoledì 26 maggio 2010

Al demiurgo

Ieri non è andata proprio così semplice come te l'ho fatta, il tuo treno non l'ho perso così e basta. Lo so che lo sai che avrei potuto benissimo prenderlo. E infatti perchè non l'ho preso mi sembra ancora incredibile e impossibile. Ti racconto tutto adesso. In realtà dovevo andare in pizzeria con degli amici e dovevo incontrarmi con uno di loro a ostia nord. Sapevo che c'era una remota possibilità di incontrarlo già strada facendo, magari a magliana. Ed è per questo che non sono sceso a piramide come al solito ma ho allungato fino a magliana appunto. In questa scelta però mi sei venuta in mente tu, i tuoi occhi. Avevo lasciato la tua mela anche, che stava nel buio dello zaino e aspettava solo la tua mano. Perchè stavo lì allora, su un altro treno!? Ce la potevo ancora fare però, e sarebbe stato facilissimo. Se non fosse che scendendo dalla metro, direzione laurentina, trovo l'accesso al sottopassaggio transennato per lavori. Allora mi dirigo verso il soprapassaggio, quello dal lato più vicino alla prima carrozza del trenino naturalmente. E proprio lì ti trovo scendere dalle scale Daniele, l'amico che avrei potuto forse incontrare e che - ancora mi sembra impossibile - incontro proprio in quel frangente. Mentre gli dico di seguirmi senza fare domande gli arriva una chiamata. E' un altro degli amici della pizza che lo blocca e gli dice che sta fuori dalla stazione in macchina ad aspettarlo. Proprio mentre ascolto quella telefonata e realizzo quello che stava accadendo, ecco il tuo trenino, quello nuovo, veloce, che sopraggiunge inesorabile dall'altra parte. Pochi secondi mentre osservo i finestrini della prima carrozza, poi le porte chiudersi, e quella porta che pochi istanti prima avevo nella mia mente fermamente attraversato e che invece vedo chiudersi con me fuori. Che dire.. Perfezione chirurgica, anzi demiurgica, di eventi giusti posizionati nel tempo giusto.
Quindi ti chiamo, con quella sensazione strana addosso, la sensazione di aver visto inanellarsi una serie di eventi impossibili al caso, di una regia beffarda, di una sliding door persa. E mentre ti parlo e faccio gli ultimi gradini di quella scalinata che porta sulla strada sopra la stazione, intravedo il giardino che sta dall'altra parte. Per un istante il sole non è più quello delle 18.25 ma quello delle 8.25 del mattino, e ti vedo. Sbuchi lì, dal sottopassaggio, un'altra sliding door suppongo. Ti osservo dall'altra parte della strada di mille mattine con quel bug nel cervello, con quella precisa sensazione di essere anche oggi dal lato sbagliato. Ti giri e prendi quel sentiero della fontanella, che taglia in mezzo agli alberi e va in qualche modo verso la scuola. Osservo la tua figura di spalle allontanarsi, come al rallentatore, tra le ombre cangianti delle fronde, finchè non svanisci alla mia vista. Io, il meccanismo rotto, il cuore transennato. Silvia, un altro amore impossibile, un altro espediente demiurgico che magari si rivelerà presto, ma con cui adesso mi intrattengo le notti a parlare d'amore, un amore che non c'è, mentre l'amore chissà dov'è.
Non riesco a capire cosa mai di diverso sarebbe dovuto accadere proprio ieri su quel trenino se avessi attraversato la sliding door. Non lo saprò mai, non lo voglio sapere, e suppongo che io non lo debba proprio sapere. Ma sento di non sbagliare nell'affermare che sì, ci vedremo in un mondo parallelo, da qualche parte in un tempo e un piano di esistenza che non è questo. Sento di non sbagliare nel riconoscerti ogni volta che ti guardo negli occhi e so con certezza che sei qualcuno e con la stessa certezza so che non saprò mai chi sei.
Al demiurgo vorrei fare un milione di domande, e magari anche una sola: perchè?